Paul Thorel, Carla Accardi, Conrad Shawcross, Minor White
A cura di Sara Dolfi Agostini
11.09.2024 – 08.11.2024
Fondazione Paul Thorel – Studio / Archivio, Via Vittorio Imbriani 48, Napoli
La mostra Metamorphosis, allestita negli spazi dello Studio / Archivio della Fondazione Paul Thorel dal 11 settembre al 8 novembre 2024, è parte integrante di un ciclo espositivo pensato per offrire una rilettura condivisa dell’archivio di Paul Thorel (1956-2020), artista italo-francese pioniere dell’immagine elettronica, in attesa della pubblicazione del catalogo ragionato a lui dedicato. La mostra include opere di tre artisti internazionali, Conrad Shawcross (1977), Carla Accardi (1924-2014) e Minor White (1908-1976), che fanno parte della collezione di arte contemporanea di Thorel, oggi gestita dalla Fondazione.
Il titolo Metamorphosis deriva da una parola greca composta (μετα- «meta-» e μορϕή «forma») che significa “mutazioni”, cambi di stato e conseguenti slittamenti di significato. Gli artisti in mostra condividono, infatti, un approccio formale ma trasformativo al medium – fotografico, scultoreo e pittorico – connotato da sperimentazione e apertura a mondi esterni all’arte, dalla scienza alla tecnologia, dal misticismo alla militanza politica. Le loro opere sono come “finestre” che fanno entrare la luce, in senso materiale e speculativo, e innestano un confronto con un canone artistico rigido e devitalizzato.
La scelta di questo titolo è anche un omaggio letterario ad opere che sono patrimonio culturale universale – del poeta romano Ovidio e dello scrittore di lingua tedesca Franz Kafka – e contribuiscono ancora oggi alla popolarità di un concetto, la metamorfosi, altrimenti piuttosto astratto. Un concetto che esattamente trent’anni fa ha ispirato due mostre dedicate all’avanguardia artistica. Una era Metamorphoses. Photography in the Electronic Age (1994-98), una delle prime rassegne dedicate alla fotografia digitale a cura di Aperture Foundation che portò il lavoro di Paul Thorel in importanti musei americani – dal Fashion Institute of Technology Museum di New York al Philadelphia Museum of Art. L’altra, The Italian metamorphosis, 1943-1968, a cura di Germano Celant, aprì le porte del Solomon R. Guggenheim Museum di New York ai maggiori esponenti dell’arte italiana del Dopoguerra, e tra questi c’era Carla Accardi.
Le opere di Paul Thorel in mostra rappresentano gli estremi dello spettro della sua ricerca, dall’esordio alla maturità. Una scelta curatoriale influenzata dalla decisione dell’artista di ristampare i suoi primi esperimenti fotografici dedicati a schermi televisivi e monitor a partire dal 2014, e in modo più importante nel 2019, proprio mentre esplorava per la prima volta l’integrazione della terza dimensione in un immaginario prima esclusivamente digitale, con incursioni materiche come l’arazzo, le piastrelle di ceramica – nella sua opera permanente al Museo Madre di Napoli – e l’uso di specchi e altri materiali riflettenti.
INA 303 (2019) è una delle prime immagini elettroniche realizzate da Thorel quando viveva a Parigi e collaborava con il gruppo di ricerca d’avanguardia dell’Institut national de l’audiovisuel insieme ad artisti come Geneviève Hervé e Marc’O. Creata nel 1980 e stampata in grande formato tra 2014 e 2019, l’opera sembra rappresentare le interferenze tipiche dei televisori analogici e dei primi personal computer, causate dalla mancanza di un segnale continuo o dallo sfarfallio dello schermo. Con l’ingrandimento, i pixel – le unità luminose elementari che compongono l’immagine – diventano essi stessi contenuto e soggetto dell’opera, figure in bianco e nero che ammiccano alla fotografia analogica ma anche al sistema binario – una lunga sequenza di 0 e 1 – utilizzato dagli strumenti informatici.
Nel 2019, Thorel realizza anche le prime stampe digitali montate su un fondo d’oro specchiato che congiunge due parti della stampa tagliate all’altezza di un orizzonte immaginario. Le opere sono, come spesso nel lavoro di Thorel, un cortocircuito tra paesaggio e ritratto nelle gradazioni del bianco e del nero. Coincidenze oblique (2019), in particolare, è anche un dittico in cui le immagini differiscono leggermente, impressioni di una stessa idea e raffigurazioni del passaggio del tempo. Nel titolo, però, l’artista si concentra sul carattere di somiglianza delle due fotografie, ponendo l’accento sulla possibilità di un’epifania nel processo di creazione tecnologico.
Minor White è stato uno dei più grandi esponenti del formalismo modernista americano in fotografia accanto ad Alfred Steiglitz, Edward Weston e Ansel Adams – amici e colleghi – ed editore e co-fondatore della rivista di fotografia d’avanguardia Aperture (1952-1975). L’artista, noto per le sue incursioni tra scienza e poesia già ai tempi dell’università, ha costruito un vocabolario formale rigoroso che dallo still life – la natura morta – ha sconfinato nella fotografia di corpi e architettura.
Con un’attenzione critica all’esperienza fotografica intesa come sintesi di osservazione e rivelazione, ha investigato il processo di produzione dell’immagine, dalla costruzione all’interpretazione, soffermandosi su luci e trasparenze, ma anche su elementi “non tangibili” della fotografia, come metafore o equivalenze. Beginnings (1962) è l’immagine ravvicinata di un vetro di finestra ricoperto di cristalli di ghiaccio, catturato di notte tra riflessi di luce e acqua, espressione di un astrattismo biomorfico sempre più carico di spiritualità e misticismo nell’opera matura di White. Fortemente evocativa, la fotografia sembra alludere a un’esperienza primigenia dell’arte: una composizione di luci, ombre e riflessi – e identità – aperta alla decodificazione di chi guarda.
Nel lavoro di Carla Accardi vi è un simile interesse per forme originarie e astrazione, che l’artista ha affrontato muovendosi liberamente tra costruttivo e organico. Nella sua sperimentazione degli strumenti formali del fare arte, segno e luce, ha sfidato la pittura realista sociale con il gruppo Forma e si è inserita nel dibattito politico ed estetico italiano ispirata da ideali marxisti e femministi, che ha declinato con Carla Lonzi ed Elvira Banotti nel manifesto del gruppo Rivolta Femminile (1970).
Trasparente (1974) è un’opera realizzata in sicofoil, un materiale tecnico nuovo sviluppato nel Dopoguerra, durante gli anni del boom economico, che l’artista inizia a usare nel 1965 spinta dalla volontà di rompere con la tradizione pittorica. Flessibile e trasparente, il sicofoil è stato usato spesso come involucro e imballaggio, e la sua anima plastica pop riverbera nel lavoro di Accardi come nel design italiano d’avanguardia. L’opera è parte di una serie cui l’artista lavora tra il 1974 e il 1978, escogitando una forma di continuità tra lo spazio immaginario bidimensionale della tela, il suo supporto in legno e l’ambiente circostante, visibile e traslucido.
Thorel conosce di persona Carla Accardi – celebrata di recente a Palazzo Delle Esposizioni a Roma nel centenario dalla sua nascita – nell’inverno del 1970, quando segue un corso di pittura nello studio romano dell’artista. L’esperienza dura poco ma si riattiva nell’autunno del 1977, quando Thorel, a ventuno anni, torna da Accardi per mostrarle disegni e quadri che lui ha realizzato. È allora che Accardi decide di co-curare la prima mostra personale di Thorel, alla Galleria Il Labirinto di Roma, con un testo di accompagnamento in cui si dichiara colpita dalla qualità e dall’originalità del lavoro.
Una simile relazione di affinità elettiva e amicizia ha legato Thorel all’artista britannico Conrad Shawcross, il cui interesse per forma e astrazione si intreccia più esplicitamente con scienza, tecnica e filosofia. Nel suo lavoro, l’artista incorpora la spinta dell’essere umano a cercare una sintesi tra forme ed esplorazioni intellettuali attraverso epoche storiche e aree di studio diverse. La sua curiosità interdisciplinare per vari sistemi di conoscenza sembra interrogare la tradizionale scissione tra – presunta – esattezza del pensiero e visione artistica.
In mostra, l’opera cinetica Slow Arc inside a Cube IV (2009), un omaggio alla scienziata Dorothy Hodgkin cui si deve, tra le molte scoperte, quella della struttura dell’insulina, è un cubo reticolato in alluminio rialzato su quattro pali d’acciaio. Al suo interno, un braccio meccanico munito di luce si muove lento. Segue traiettorie sconosciute e buca metaforicamente lo spazio della scienza, producendo un instabile gioco di ombre che avvolge lo spazio espositivo e le altre opere d’arte. Il concetto dell’opera è ispirato all’allegoria della caverna raccontato da Platone ne La Repubblica (380-370 a.C.), in cui il filosofo greco allude allo spazio tra conoscenza e simulazione in cui si muove l’essere umano: uno spazio ambiguo, generativo di luci e ombre. Nei disegni, Shawcross sperimenta forme di sincretismo triangolando arte, linguaggio e meccanica quantistica. Come in Palindrome 8:5 (2007), dove la ricerca di simmetrie visive lo porta a creare un diagramma perfetto di un foro.









